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Sergio Vitale
Il pastore del lasciar essere
Ontologie nomadiche e stanziali
pp. 176, euro 22
Quarta
Se l’Essere gioca a dadi con noi, perché non fare
di questo gioco il senso della vita?
Risvolto
La figura del pastore, la cui comparsa ha segnato un momento
d’importanza decisiva nella storia
dell’umanità, ha occupato sin dai tempi antichi un
ruolo significativo nel discorso poetico e filosofico, come pure nelle
opere e nelle teorie di diversi esponenti dell’arte moderna e
contemporanea. Nella consapevolezza della sua portata simbolica, il
libro si propone di prendere in esame tale figura allo scopo di porre
in rilievo due concezioni profondamente diverse
dell’ontologia, e dunque due visioni antitetiche dello spazio
dove si pone in gioco l’essere. La prima di tali ontologie,
la cui connivenza con i regimi totalitari è storicamente
attestata, trova il suo paradigma nella definizione di Heidegger
dell’uomo come «pastore
dell’essere», e contempla il mondo in quanto spazio
disciplinare ripartito, all’interno del quale, sotto lo
sguardo implacabile di una rete di sorveglianza vieppiù
sofisticata, gli enti sono stabilmente collocati e distribuiti in
conformità ad una legge precostituita e inviolabile. La
seconda, canonizzata da Deleuze e Deligny, pur trovando voce nel lavoro
di altri pensatori e artisti come Brün, Cage o Xenakis, ha
stentato da sempre ad affermarsi. Essa trova espressione nella condotta
del pastore attento a lasciar essere, con cui egli s’adopera
affinché la Terra, resistendo a ogni impulso sedentario e di
dominio, si offra al nomade e al suo abitare erratico, in uno spazio
privo di confini, alla ricerca di un perenne altrove.
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